IL VIAGGIATORE LETTERARIO E LA NUOVA INTERPRETAZIONE DEL MONDO

IL VIAGGIATORE LETTERARIO E LA NUOVA INTERPRETAZIONE DEL MONDO
Il viaggio nei luoghi letterari in cui la dimensione reale e immaginaria si uniscono

 

Ouvrons le livre des livres, vivons, voyons, voyageons: le monde est un livre dont chaque pas nous tourne una page.

(Lamartine Voyage en Orient, 1835)

 

Viaggiare sulle pagine di un libro, raggiungere mete lontane e diverse, culture e lingue sconosciute semplicemente sfogliando un volume, è senz’altro il modo più comodo e rapido di viaggiare. Viaggiare nel mondo, leggere quel libro dei libri a cui fa cenno Lamartine ha sicuramente un fascino che si può scoprire solo vivendolo. Ma un fascino ancora maggiore lo subisce il viaggiatore che si trova a viaggiare nei cosiddetti luoghi letterari, quei luoghi in cui le due dimensioni – reale e immaginaria - si uniscono, ed il mondo apparentemente artificiale del romanzo diviene realtà: i personaggi del testo appena letto si animano nel paesaggio, davanti ai nostri occhi increduli. Questo viaggiatore si chiama viaggiatore letterario.

Uno dei modi più affascinanti per rileggere con occhi nuovi i luoghi, infatti, è farlo attraverso quelli che Michael Jakob definisce gli occhiali letterari. Questi consentono un accesso indiretto alla natura attraverso la letteratura: il paesaggio che si mostra ai nostri occhi non è il nostro paesaggio presente, né quello di un autore di cui seguiamo le orme, ma il paesaggio di oggi filtrato dalla lettura che ne dette quell’autore a suo tempo. Ci troviamo allora in quello che Marc Augé chiama “tempo puro, un tempo non databile, assente da questo nostro mondo di immagini e simulacri e di ricostruzioni, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più il tempo di diventare rovine. Un tempo che l’arte talvolta riesce a trovare”[1], un tempo, insomma, nel suo stato puro, posto al di fuori di uno spazio temporale definito, un tempo quasi astratto. In questo modo si può intendere il viaggio letterario: un viaggio attraverso lo spazio, ma soprattutto attraverso il tempo alla ricerca del paesaggio descritto nella letteratura, fino al raggiungimento di quella dimensione temporale pura di cui parlava Marc Augé.

Per il lettore, questo significa viaggiare in una realtà che è divenuta a sua volta uno spazio letterario nel quale, la sua memoria culturale associa, per abitudine, un insieme di personaggi, di scene o descrizioni che si sono cristallizzate intorno a lui. Il piacere di un viaggio letterario visto in questo modo, sta nel sovrapporsi di piani e sulla messa in opera di questo doppio registro che non ci obbliga più a scegliere, ma libera il nostro desiderio infantile di poterli abitare entrambi.

Nel corso del XIX secolo lo scrittore acquista una propria immagine pubblica e lo fa in particolare nel momento in cui si iniziano a scrivere e studiare le biografie. Il lettore, grazie a questi studi, ha la possibilità di avvicinarsi allo scrittore, ne conosce la vita, sa in quali luoghi visse o fu ispirato per le sue opere ed i suoi personaggi, e per meglio avvicinarsi a questo grand homme decide di recarsi nei luoghi letterari che lo hanno visto protagonista durante la sua vita e che sono divenuti celebri dopo la sua morte. Sarà dunque un orientamento decisivo della critica letteraria del XIX secolo quello di cercare di situare gli scrittori nel quadro della loro vita, ed a caratterizzarli poi in base ai loro domicili: case, terreni, nazioni, regioni, dando luogo a diverse modalità di viaggio ai paesi letterari. Tra queste c’è: la visita ai grandi scrittori contemporanei ancora viventi; la letteratura a domicilio, ovvero quella visita alla casa in cui abitò un determinato autore ed in cui produsse una determinata opera letteraria, quindi il luogo che ispirò l’opera; ed infine la visita alla tomba del poeta: andando a cercare la sua presenza, a celebrare la sua memoria, là dove riposa. Come afferma Raymond Trousson[2] : Les grands hommes aussi ont leurs fidèles.

Ne nasce una vera e propria geografia letteraria, in cui ogni individuo letterario acquista una propria regione nella quale la sua opera ha visto la luce e tuttora vive nel paesaggio, mettendo in scena i propri eroi all’arrivo di ogni nuovo viaggiatore che si presenti con il romanzo alla mano e gli appropriati occhiali letterari sul naso. Che sia per render visita ad un celebre scrittore nella sua abitazione per poterlo conoscere e parlargli, che sia per visitare i luoghi che egli ha meravigliosamente descritto nei suoi romanzi e deve quindi aver conosciuto con i propri occhi, o ancora che sia per render visita al suo celebre sepolcro, il viaggiatore parte seguendo questo suo culto. Il primo esempio di viaggio ai luoghi letterari risale al XVI-XVII secolo benché nei secoli precedenti ve ne fosse stato uno ancora più celebre, quello di Petrarca ai luoghi virgiliani. A quest’epoca il pellegrinaggio era ancora fortemente sentito come atto di devozione indispensabile nella vita di ogni cristiano. Il pellegrinaggio religioso era motivato dalla volontà di entrare in contatto fisico con un santo entrando nei luoghi dove visse durante la sua vita terrena o toccando le sue reliquie. In Francia i devoti si recavano alla grotta della Sainte-Baume per rendere omaggio alla Maddalena. Lungo l’itinerario verso la grotta si iniziò, a metà ‘500 a praticare un’escursione laica: la visita ai luoghi petrarcheschi. I ripetuti soggiorni di Petrarca a Valchiusa, le sue opere amate ed apprezzate in Francia come in Italia, avevano lasciato dei segni tangibili in quei luoghi, tanto da permettere lo sviluppo di tale devozione. L’itinerario comprendeva una visita alla Chiesa di Santa Chiara in cui il poeta vide per la prima volta Laura il 6 aprile 1327; la tomba di Laura ad Avignone (che a partire dalle guide turistiche di metà ‘500 sarà segnalata come luogo degno di sosta. Altra celebre sosta è la Fontaine de Vaucluse, immortalata dal Petrarca nel Canzoniere: la visita a Valchiusa consente al viaggiatore letterario, al pellegrino laico, di confrontare i versi del poeta con i luoghi naturali.

Nell’800 il viaggio sulle orme di Petrarca si estende tra Italia e Francia nelle città in cui visse e soggiornò più a lungo. Non calca i suoi passi nei luoghi in cui viaggiò per diletto, per istruzione o incaricato di missioni diplomatiche, ma solo in quelli in cui, vivendo, lasciò qualche sua traccia, o luoghi che ispirarono le sue opere.

Se quello ai luoghi petrarcheschi fu il primo esempio di pellegrinaggio laico, a metà ‘700 troviamo nel successo de La Nouvelle Héloïse un altro celebre esempio di viaggio letterario: in questo caso un viaggio ai luoghi descritti nell’opera, in quei luoghi visti attraverso gli occhi di Julie o Saint-Preux. Questa moda si fonde alla nuova passione per la montagna e per la Svizzera, iniziata a metà del XVIII secolo. A partire dal 1775 circa inizia la pratica del pellegrinaggio letterario a Clarens alla ricerca dei personaggi e degli scenari della Nouvelle Héloïse: numerosi erano i viaggiatori che giungevano in questi luoghi, il testo di Rousseau alla mano, e puntavano il dito sul paesaggio riconoscendolo nelle descrizioni del romanzo. In questo modo il viaggiatore sensibile percepisce, e ci descrive in un suo diario o nelle sue lettere, un paesaggio che non è quello reale, ma semplicemente il paesaggio letterario, ovvero un paesaggio mediato e filtrato dalle reminiscenze letterarie. Ne emergono i sentimenti degli stessi personaggi del romanzo e perciò il viaggiatore giunto a Vevey o Clarens sarà testimone dei sentimenti dolorosi provocati dal paesaggio e condividerà questo sentimento con quanti avranno letto il testo di Rousseau e sapranno ritrovarsi in quei paesaggi letterari.

J’ai admiré la nature, mais j’y ai aussi cherché la trace des hommes célèbres, gardant mon goût de biographe littéraire à travers mes dissipations poétiques. […] J’ai vu Vevey, et j’ai parlé à Claire, à Julie; j’ai salué le coteau charmant au bas duquel est Clarens. J’ai vu, au rivale d’en face, les rocs de Meillerie, puis Coppet où j’ai dine, mais je n’étais promené seul une autre fois que j’y étais venu sans rencontrer personne; de beaux ombrages tristes, solitaires, un petit Versailles qui n’a plus ses fêtes. J’ai été aussi à la maison de . Diodati, où Lord Byron logeait. Shelley habitait avec sa soeur (qu’aimait Byron) une petite maison au bas, près du lac; en face est Ganthod où a vieilli l’honnête Bonnet. À Lausanne, j’ai cherché la maison appelée la Grotte, et aussi une autre à côté, Beauséjour où a logé Gibbon. Mais c’est la Grotte qu’il a terminé sa grande histoire. […] En voyant le lac de Thoune d’où je viens, j’ai été heureux d’y suivre la trace de Chénier…[3]

Secondo Ramond de Carbonnières, - traduttore delle Lettres di William Coxe a William Melmoth sur l’état politique, civil et naturel de la Suisse[4] - non è tanto il paesaggio nella sua sublime magnificenza che spiega il testo, quanto il testo che fa comprendere il paesaggio: è dalle pagine stampate che la natura acquista un senso. Così facendo la natura acquisterà ogni volta, ad ogni lettura, ad ogni lettore che si soffermerà a puntare il dito sul paesaggio, un senso diverso. Questo fa sì che si possa parlare di un viaggiatore letterario che, inforcati i propri occhiali letterari, ammira e descrive con sue parole la sensazione di trovarsi di fronte ad un luogo romanzato.

Nel 1839 Louis Veuillot redasse una guida dal titolo Les Pèlerinages en Suisse, nella quale cercò di far conoscere ai viaggiatori tutti quei luoghi della Svizzera ancora poco conosciuti, cercando di lottare contro quella divinizzazione dello scrittore, contro Saint Jean-Jacques Rousseau di cui si celebrava il cinquantenario della morte, cercando di mostrare Vevey al di fuori del ricordo di Julie d’Étanges. Per lui il pellegrinaggio deve essere solo un pellegrinaggio religioso[5].

Alla fine del ‘700 era nato un vero e proprio pellegrinaggio ai luoghi di Rousseau: le tappe principali erano Môtiers, per vedere la sua casa ed incontrare quanti lo avevano conosciuto, poi il lago di Bienne che Sigismond Wagner nel 1795 descrive così:

Jamais la sainte maison de Lorette n’attira plus de pèlerins! Il ne se passe point de jour dans la belle saison, sans qu’une société de gens du pays ou de voyageurs étrangers, leur Rousseau à la main, ne parcourent tous les recoins de cette habitation qui lui fut si chère, ne s’arrêtent pas à claque endroit dont il parle, et ne clèbrent sa mémoire en faisant dans sa propre chambre un banquet en son honneur.[6]

Con il tempo il santo diviene grand-homme, così come il pellegrino lascia il posto al turista e le visite a Clarens o Ermenonville si fanno sempre più rade. George Sand nel 1861 già reclamava contro questi nuovi visitatori e li invitata al rispetto di quello che ancora restava un luogo di pellegrinaggio, riferendosi in particolare alla moda di scrivere osservazioni e giudizi nei registri di Les Charmettes:

Ôtez votre chapeau, essuyez vos pied set n’ajoutez pas un mot à votre segnature. Vous n’êtes pas ici ni à Fernay, ni à Coppet; le carnet ne vous est pas présenté par des laquais en poudre et en livrée. Vous êtes dans une chaumière, et une pauvre femme vous présente une espèce de livre de cuisine où chacun se croit permis de déposer des outrages ou des grandioles. […] Voyageurs, allez aux Charmettes, n’écrivez rien sur le livret, cueillez un brin de pervenche, et ne voyez là que les ombres de Jean-Jacques et de la belle Louise, se promenant tête à tête dans un des plus beaux pays du monde, ne songeant plus guère à Claude Anet, ne songeant pas ancore à Wintzenried, enfin ne prévoyant ni Thérèse, ni la gloire, ni la misère, ni la persecution, ni les curieux, ni les insulteurs.[7]

Il XIX secolo vede protagonista un altro grande della letteratura, noto, tradotto ed amato in tutto il mondo, celebrato e riconsegnato alla giusta gloria solo con l’inizio dell’800: Dante Alighieri[8]. Considerato fino ad allora come poeta oscuro, difficile, letto e tradotto solo parzialmente, con l’inizio del XIX secolo ed il diffondersi dell’interesse e dello studio della storia medioevale, Dante venne rivalutato e la Divina Commedia considerata una vasta fonte per lo studio della storia di quel periodo.

Il viaggio dantesco nasce con lo scopo di recarsi in Italia per verificare l’effettiva e presente corrispondenza delle parole di Dante con l’arte e con la natura, i monumenti ed i luoghi in cui soggiornò durante l’esilio: “chi vuole intendere un poeta deve recarsi a visitarne il paese”[9]. La frase di Bassermann sintetizza il concetto dell’importanza di un luogo e del suo paesaggio per giungere alla conoscenza dei suoi abitanti.

Un viaggio con queste caratteristiche si rende necessario per riuscire a comprendere in profondità il pensiero di Dante, la sua opera e soprattutto per riscoprire attraverso il poema una parte dell’Italia medievale:

questa poesia si comprende, si gusta meglio, allorché ci troviamo sott’occhio gli oggetti che l’ebbero ispirata; ella ci sta dinanzi qual fiore sullo stelo, colle sue radici, i suoi rami e i suoi profumi. Finalmente, oltre la utilità, proviamo un tal quale incanto viaggiando così; lo scopo dà una maggiore importanza, una specie di novità ad un viaggio tante volte intrapreso e tante volte narrato. Dante è un amabile cicerone per colui che vuol visitare l’Italia; e l’Italia è un bel commento di Dante.[10]

La Divina Commedia diviene una guida insostituibile per il viaggiatore tra ‘800 e ‘900: anche Maurice Hewlett, in The Roads of Tuscany del 1904, invita il lettore ad un viaggio in Casentino “con Dante nel sacco ed il libretto del Sig. Beni in tasca”; ciò significa che accanto ad una buona guida sulla zona casentinese come quella del Beni, va affiancandosi la Divina Commedia, segno inequivocabile della attendibilità topografica delle sue descrizioni. Non sempre la narrazione trecentesca trova conferma nella natura e nei luoghi visitati da questi viaggiatori; ma laddove la somiglianza è maggiore suscita in essi stupore e fascino.

L’Alighieri diviene anche creatore involontario di un itinerario e per questo un vero e proprio viaggiatore: “io mi figurava Dante in viaggio con la guida al chiarore delle stelle, esposto a tutte le impressioni che producono i luoghi sterili e tribolati, le vie scoscese, le valli profonde, gli accidenti di un lungo e penoso viaggio; impressioni tutte che ei dovea trasmettere nel suo poema. Basta averlo letto questo poema, per assicurarsi che il suo autore ha molto viaggiato, molto errato”[11]. E come ogni buon viaggiatore anch’egli prende nota di ciò che vede durante il suo viaggio. Nella Commedia viene accompagnato da una guida, Virgilio, come Ampère è accompagnato da Fra Giovan Battista nei luoghi francescani, e persino i gesti e le espressioni della guida sono pressoché le stesse: “[…] Virgilio dice esattamente a Dante ciò che dicevami Fra Giovanni Battista”[12]. Si ripercorre e rivive nel tempo un itinerario passato, in cui ritrovare tutte quelle reminiscenze storiche apprese sui libri: “in quella campagna bagnata dall’Arno, la storia del Medioevo ha lasciato le proprie unghie sotto forma di roccaforti delle quali, costruite così com’erano sopra delle alture, non restano per la maggior parte che ruderi. Quasi tutte quelle rocche appartenevano, nel Medioevo, alla famiglia dei Guidi, la cui storia per tre secoli si confonde con la storia del Casentino”[13].

Ancora un esempio di viaggio letterario, un viaggio diverso, che nasce pur sempre da motivazioni letterarie: incontrare un autore vivente, conoscerlo, essere ricevuti nella sua dimora e potergli esprimere la propria ammirazione. E’ ancora la volta dell’Italia, il paese maggiormente visitato e narrato, che grazie ai viaggi cosiddetti letterari, si veste di una luce nuova. L’esempio è quello di Lord Hayward, viaggiatore inglese che nel 1834 passa le Alpi per giungere in Italia, con l’unico scopo di incontrare Alessandro Manzoni, ancora poco noto agli inglesi. Lord Hayward attraversa le Alpi con l’Adelchi che gli fa da livre de chevet[14], e racconta in una lettera la sua esperienza Across the Alps. Cercando invano prima della partenza dei contatti col Manzoni, Lord Hayward, traduttore del Faust, si risolve a scrivere personalmente all’autore dei Promessi Sposi chiedendo di essere ricevuto nella sua casa di Brusuglio, a 6 miglia da Milano:

La sua risposta venne formulata in uno studiato tono di fredda educazione, che implicava – più che esprimerlo – il suo consenso. […] Egli mi venne incontro con una cordialità accattivante, mista a un lieve, educato imbarazzo, quando anticipò le mie scuse, scusandosi a sua volta elegantemente per il suo biglietto. Sua figlia (la Marchesa Azeglio, moglie dell’autore di Ettore Fieramosca, credo) era caduta gravemente ammalata il giorno prima della mia lettera ed egli, combattuto tra la consapevolezza dell’inopportunità di accogliere uno straniero in tale situazione e la riluttanza a respingerlo, aveva goffamente buttato giù una risposta che aveva subito cominciato a temere venisse considerata scortese.[15]

La lettera prosegue con un ritratto del Manzoni:

Il Manzoni è un uomo di altezza e taglia media, col viso di un ovale piuttosto allungato, tratti regolari e capelli neri molto brizzolati. La sua età (nel 1834) deve essere intorno ai 45 anni ma ne dimostra sicuramente meno. Nello sguardo e nella voce egli ha una toccante espressione di malinconia e nulla può essere più dolce e affascinante del suo sorriso.[16]

Durante il loro incontro la conversazione verte sulla letteratura, sul Faust di Goethe, su Victor Hugo e Scott, che il Manzoni si rammarica di non essere riuscito ad incontrare personalmente:

Non conoscendo l’inglese, [Manzoni] confessò la sua quasi totale ignoranza dei nostri scrittori viventi. Non conosceva neppure per nome l’autore di Pelham, cosa che, data la straordinaria celebrità di Bulwer nel continente, è forse per la prova più evidente dell’indifferenza del Manzoni nei riguardi dell’Inghilterra e degli Inglesi.[17]

In tutto l’incontro tra Lord Hayward e Alessandro Manzoni non durò più di un’ora e mezzo, dopo la quale l’inglese racconta solo il suo rientro attraverso il Sempione. Questo a dimostrazione dell’essenza puramente letteraria del suo viaggio in Italia.

Il periodo a cavallo tra fine Settecento e tutto l’Ottocento, rappresenta sicuramente il momento più significativo per il viaggio letterario, ovvero per quel viaggio a luoghi, dimore o paesaggi che ispirarono opere letterarie, che fornirono lo scenario di qualche romanzo o che semplicemente ospitarono la celebrità di qualche autore illustre. Si tratta di un’importante novità nella storia del viaggio in quanto veste il viaggio stesso, ed in particolare la narrativa che ne conseguirà, di tinte nuove, di occhi nuovi con cui guardare al paesaggio che risulterà così filtrato dalla letteratura. E’ un viaggio che vide i suoi primi esempi nel XVI-XVII secolo e se vogliamo prima ancora, quando Petrarca si recò alla ricerca dei luoghi descritti da Virgilio, ma senz’altro acquista un’importanza ed una ricchezza estremi tra 700 e 800, rinnovando un viaggio ed una narrativa che andava ormai verso l’omogeneizzazione e la ripetitività. Così, quando il paesaggio comincia ad essere disseminato dai turisti e non esistono più nuovi luoghi da scoprire, il viaggiatore colto reinventa il paesaggio ed il viaggio stesso, cospargendolo di evocazioni letterarie ed ombre di grands hommes scomparsi che con le loro opere hanno in un certo modo reso “sacri” quei luoghi e sono divenuti essi stessi “divinità”, disseminando il paesaggio di “reliquie” letterarie che il nuovo “pellegrino letterario” si appresta a raccogliere e riportare ai posteri attraverso i suoi resoconti di viaggio o le sue lettere.

Raffaella Cavalieri

Notes

  1. ^ Augé, Marc, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.
  2. ^ Trousson, Raymond Jean-Jacques Rousseau et les pèlerins in “L’Écrivain voyageur: le pèlerinage littéraire. Revue de l’Institut de Sociologie – Université Libre de Bruxelles”, 1998, n°1-2, pag. 53.
  3. ^ Sainte-Beuve, cit in Reicher et Ruffiex, R., Le Voyage en Suisse. Anthologie des voyageurs français et européens de la Renaissance au XXe siècle, Paris, éd. Robert Laffont, 1998, p.778.
  4. ^ Pubblicata a Parigi nel 1782.
  5. ^ Reichler, Claude, La Sacralisation du paysage dans le voyage en Suisse au début du XIXe siècle, in “L’Écrivain voyageur: le pèlerinage littéraire. Revue de l’Institut de Sociologie – Université Libre de Bruxelles”, 1998, n°1-2, pag.38.
  6. ^ Wagner, Sigismond, L’Isle de Saint-Pierre dite l’isle de Rousseau [Berne, 1815], Genève, Slatkine, 1978, pag.40. La prima edizione è del 1795.
  7. ^ Sand, George, À propos de Charmettes, in “Revue des deux Mondes”, 1er novembre 1863, pp. 341-365.
  8. ^ Cavalieri, Raffaella, Il viaggio dantesco. Viaggiatori dell’Ottocento sulle orme di Dante, Roma, Robin Edizioni, 2006.
  9. ^ Bassermann, A. Orme di Dante in Italia, 1896 in Proemio, pag. 1.
  10. ^ Cfr. Ampère, J. J. op. cit., pag. 9-10. Sullo stesso concetto, cfr. A. Bassermann, op. cit., pag. VII, “Chi oserà insinuare nell’animo di noi amatori di Dante che a volerne intendere meno incompletamente il poema, è necessario il seguir nelle diverse regioni d’Italia, non soltanto colla mente, le orme dell’irrequieto poeta? Un ‘viaggio dantesco’ col libro del Bassermann alla mano, a quanti non farebbe risparmiare molto tempo e moltissimo inchiostro!”.
  11. ^ Cfr. Ampère, J. J. op.cit., pagg. 50-51.
  12. ^ Ivi, pagg. 46-47.
  13. ^ de Navenne, F. Entre le Tibre et l’Arno, Parigi 1903, cit. in Viaggio in Casentino. Una valle nello specchio della cultura europea ed americana, a cura di A. Brilli, Città di Castello 1993.
  14. ^ Hayward, Abraham, Oltre le Alpi, Viennepierre Edizioni, Milano, 1999.
  15. ^ Hayward, Abraham, op.cit., pp.66-67.
  16. ^ Ivi, pag. 67.
  17. ^ Ivi, pag. 69.